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Dal post dedicato alla memoria di Ravi Shankar, pubblicato qualche giorno fa sulle pagine di questo blog, prendo lo spunto per svolgere qualche considerazione sul sitar, lo strumento che lo ha accompagnato lungo tutto l’arco della sua vita e il cui nome deriva da “setar”, che significa “tre corde”.

L’utilizzo del sitar nell’ ambito della musica rock risale alla prima metà degli anni ’60, grazie soprattutto a George Harrison,  ma è la psichedelia  che ne fa largo uso, trovando in esso, e nella musica orientale più in generale, un ottimo compagno di ”viaggi”.

Così, ispirati dal maestro Shankar,  i Beatles per primi introducono lo strumento principe della tradizione indiana nelle loro canzoni: Norwegian woods contenuto nell’album Rubber soul del 1965 , Love you to e Tomorrow never knows (Revolver, 1966), Within you without you da “la banda dei cuori solitari del Sergente Pepper” del 1967 sono degli ottimi esempi.

I Beatles, a loro volta, verranno imitati da moltissimi altri gruppi, che inseriranno il tocco esotico del sitar nelle loro composizioni: a me piace ricordare Shawn Phillips,  un virtuoso dello strumento, che arrangia col sitar una canzone di Donovan (Kingfisher) in un video molto bello, in cui alla fine della canzone Phillips e Pete Seeger dissertano  sullo strumento e gli Hoodoo Gurus, uno dei miei gruppi preferiti, che aprono Miss Freelove ’69 con un sitar campionato da un brano strumentale di Henry Mancini dal titolo The Party.

Alla prossima Raga!

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